Editor vs impaginatori

In questo momento di piattume lavorativo (e magari solo lavorativo!), in cui il vostro affezionatissimo Cicero sta facendo tutt’altro rispetto a quello che considera essere il suo lavoro, recentemente mi è capitata due volte questa conversazione:

Probabile datore di lavoro: “Ah, quindi tu editi! Mi servirebbe un editor!”

Cicero (spalmandosi un sorriso volenteroso-ma-spero-non-troppo-disperato sulla faccia): “Ah, bene! Io attualmente non sono molto occupato…”

Probabile datore di lavoro: “Perfetto! Ma una domanda… tu sai impaginare, vero?”

 

Eh no, non so impaginare, purtroppo. Perché fino all’altroieri, l’editor faceva una cosa e il grafico/impaginatore un’altra. Ma adesso la parola d’ordine è tagliaretagliaretagliare figure professionali, in modo da risparmiarerisparmiarerisparmiare.

E quindi sotto a imparare InDesign e QuarkXPress… sperando che, per quando li avrò padroneggiati, in una casa editrice non faccia tutto il contabile…

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“L’ignoranza è forza”.

Leggo stamattina che “mercoledì scorso il Senato ha approvato quasi all’unanimità – unici astenuti i senatori radicali – un disegno di legge sulla “Nuova disciplina del prezzo dei libri” promosso da Riccardo Levi, senatore del PD. La legge stabilisce che non si possano applicare ai libri sconti superiori al 15 per cento del loro prezzo. Soltanto in occasioni di speciali “campagne promozionali”, da effettuarsi per un periodo non superiore a un mese e comunque mai a dicembre, gli sconti possono arrivare al 20 per cento: ma in quelle occasioni, se vogliono, i librai possono sottrarsi all’applicazione degli sconti. I libri venduti “per corrispondenza”, cioè su Internet, non possono essere scontati per più del 20 per cento. La legge arriverà alla Camera nelle prossime settimane, dove anche quest’ultimo tetto dovrebbe essere portato al 15 per cento.” (fonte: http://www.ilpost.it/2011/03/04/legge-levi-sconti-libri/)

La prima reazione da parte di un lettore come me, da circa cento libri l’anno, la gran parte comprati durante le campagne di sconto (e il resto tra remainders e bancarelle), è stata di rabbia e di disappunto.

Leggo che dovrebbe essere una legge a favore di librai ed editori. Ma se librai ed editori venderanno di meno, dov’è il vantaggio? Di quanto aumenterà la pirateria in Rete, con la diminuzione degli sconti? Quanti lettori preferiranno comprare un e-book reader, dando un’altra spallata al mercato della carta stampata?

Non sono un esperto di economia, ma mi pare che il discorso economico non regga. E allora, qual è il motivo per questo provvedimento? Dopo i tagli alla scuola, la tassa di un euro sui biglietti del cinema, le gambe tagliate ai piccoli editori con l’abolizione delle tariffe ridotte per le spedizioni, il disegno-legge sulla riduzione degli sconti mi sembra l’ennesima tessera di un puzzle aberrante, che forma il disegno del progressivo imbarbarimento del nostro Paese; è un altro modo per far sì che quelli che non leggono e non si informano continuino a farlo, quelli che leggono e si informano lo facciano un po’ di meno.

Si sta cercando di rendere tutti più ignoranti, più ottusi, più disinteressati, morti dentro, perché guidare un gregge è più facile che governare dei cittadini.

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Come si dice?

Inaspettatamente, un progetto che avevo seguito con estrema dedizione e che si era arenato nell’aprile del 2010 per screzi tra l’editore e gli autori (che in questo caso è più appropriato chiamare committenti) sta per andare in porto.

(Sia detto per inciso, altrettanto inaspettatamente il vostro affezionatissimo editor ha ricevuto i soldi che gli spettavano e che – inciso nell’inciso, nemmeno a dirlo – sono veramente pochi).

Il mio lavoro, in questo caso, è consistito nell’andare a incontri con studenti del liceo, leggere i loro scritti, ricopiarli su file, selezionarli, dargli forma compiuta, dividerli in capitoli, decidere di assegnare diversi font a seconda del carattere più o meno “razionale” o “sentimentale” del componimento… oltre a tutto ciò che mi competerebbe per qualsiasi altro libro.

La dicitura esatta sulla copertina sarebbe dovuta essere “a cura di Punto Cicero”. Ovviamente compaiono i nomi dei committenti, ma il mio non c’è da nessuna parte.

Merci. È il titolo di un monologo di Daniel Pennac scritto qualche anno fa.

Quello sui ringraziamenti è un capitolo fondamentale in qualsiasi manuale di buone maniere, antico o moderno.

Senza andare letterariamente troppo lontano, fin da piccoli nostra madre ci insegna: «Come si dice?», e noi frugoletti biascichiamo, ben ammaestrati: «’Azzie».

In qualsiasi libro statunitense, sia esso un romanzo o un saggio, l’ultima pagina è dedicata ai ringraziamenti, in cui spicca sempre quello all’editor: “Vorrei ringraziare Tizio Caio per la pazienzaper l’estrema curaper i preziosi suggerimentiper l’attenzione…”.

Qui in Italia, gli autori ringraziano – quando lo fanno – i genitori o la moglie, gli amici che hanno letto le prime bozze, il cane che avevano da adolescenti ma davvero molto di rado ringraziano il loro editor.

Che poi uno non vuole il nome in copertina. Non vuole una citazione nel frontespizio. Non vuole nemmeno i soldi. Ma almeno un “grazie”…

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Tutto il mondo è paese. Anche il mondo editoriale.

Sarebbe troppo bello pensare che chi fa cultura, chi pubblica cultura sia alieno da clientelismi e dal perpetrare ingiustizie tipiche di ogni umana attività.

Dunque succede che un editor davvero eccezionale, non solo dal punto di vista professionale ma anche umano (e che purtroppo non sono io!), abbia lavorato con passione e dedizione, per più di due anni, allo svecchiamento della traduzione di un classico francese.

E visto che anche il mondo dell’editoria ha le sue brutture, e considerato anche il fatto che nessuna casa editrice ha l’obbligo di indicare l’autore dell’editing nel frontespizio del libro, questo sia stato pubblicato accreditando l’amante dell’editore come traduttrice dell’opera.

Che importa se la traduzione non è stata effettuata e la signora in questione non conosca neanche il francese! Dettagli.

Ma, come si dice, il diavolo giace nei dettagli.

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Le (ennesime) dieci regole d’oro per il buon lettore.

1) Non te la menare | Questo è il primo e più importante comandamento. Sii pronto a ricacciare indietro ogni forma di pedanteria, pensando a quanto poco sai di biologia molecolare o di storia delle relazioni internazionali. Se proprio devi sfogare il tuo snobismo intellettuale, fallo con chi ti sfida con frasi tipo: Ho letto l’Assommoir di Zola in lingua originale, per non perdere quel suo gusto così parisien…”.

2) Leggi di tutto | Il vero lettore è onnivoro. I libri di Odifreddi nutrono la tua mente, ma ogni tanto non bisogna disdegnare un ciofecone alla Matthew Reilly, per il puro gusto di esercitare la sospensione dell’incredulità. O viceversa. Perfino Kinsella & sisters sono ammesse dalla regola 2!

3) Adotta un piccolo editore | Scegli la biodiversità anche in campo librario. Ringraziamo Mondadori che ci fa leggere Gaiman e Feltrinelli che ci dà Gunther Grass, ma a volte i piccoli editori pubblicano perle che, non perché siano peggio distribuite, sono meno valide.

4) Fatti adottare da un onesto libraio | Ti aiuterà a  muoverti, a scoprire nuovi mondi e a risparmiare soldi. Come sceglierlo? E’ semplice: innanzitutto deve essere simpatico e in secondo luogo devi osservarlo mentre parla dei suoi ibri preferiti; se vedi una luce che gli si accende negli occhi e  non riesci più a farlo smettere, non c’è dubbio, fa al caso tuo. Se poi sa trovarti il libro che vuoi quando gli hai chiesto “l’ultimo romanzo dell’autore di quel libro che aveva la copertina blu e che scrive su Repubblica”, portagli anche una bottiglia di buon vino a Natale.

5) Privilegia gli autori che non scrivono libri-strenna | La musa che sussurra in tempo perché il libro venga pubblicato a Natale non è mossa propriamente dall’ispirazione letteraria…

6) Leggi da solo, ma cerca altri lettori con cui discutere | Leggere è un’attività solitaria, ma le idee e le sensazioni suscitate da un libro sono sterili se non vengono condivise.

7) Leggi ovunque, quandunque e quantunque | Nessun posto è troppo incasinato, nessun tempo troppo breve, nessun contenuto troppo semplice! Leggi nella vasca da bagno, mentre aspetti che i figli escano dal catechismo, leggi le etichette delle camicie, le targhette degli ascensori, gli annunci mortuari in strada… ma leggi!

8 ) Vai almeno una volta al Salone del libro di Torino | Checché se ne dica, il primo salone del libro nato in Italia è una mecca per il libridinoso. Accanto alle case editrici mainstream si trovano molte realtà locali che magari non hanno distribuzione nazionale, ma non per questo non riservano piacevoli sorprese (vedi regola 3).

9) La carta è bella, ma leggere lo è di più | Anche se ogni lettore pensa di essere l’unico, tutti noi siamo feticisti dell'”oggetto-libro”. Tutti noi annusiamo le pagine come Proust le madaleinette. Ma il libro è un contenitore, non un contenuto. Il vero lettore legge su edizioni di carta in grammatura fine, su carta patinata, su fotocopie, su schermo, su e-reader, sulla spalla del vicino di metropolitana…

10) Crea una catena virtuosa | “Love isn’t love if you give it away”. Coltiva senza spocchia la tua passione per la lettura e fai del sano proselitismo. Ogni occasione è buona per regalare un libro. Racconta al “regalato” come sei arrivato a quel libro e quali ricordi ti legano a esso. Non tutti diventeranno lettori a loro volta, ma se si converte anche una persona sola…

n.b. – Liberamente tratte e adattate dal bel post
http://www.intravino.com/primo-piano/le-10-regole-doro-di-chi-ama-il-vino/

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Se scrivono tutti, perché io no?

Quella del titolo penso sia la domanda da un milione di dollari del Monopoli che prima o poi ogni editor si pone.

Insomma, passiamo la vita a rendere leggibili libri che avrebbero fatto meglio a rimanere nel word processor degli autori, e capita che ci si chieda:
“Visto che saprei sicuramente scrivere di meglio, perché non lo faccio?”
E la risposta è: perché no.

Perché in Italia sono più gli scrittori che i lettori, perché chiunque abbia un livello di scolarizzazione superiore alla scuola media si ritiene in dovere di scrivere (in realtà, a volte, il livello di scolarizzazione è appunto la scuola media), perché, sopratutto, si dovrebbe scrivere (o parlare) quando si ha qualcosa da dire, non quando si hanno gli strumenti per farlo.
Si sta perdendo la decorosa arte di tacere.

Insomma, se mai annuncerò che sto scrivendo un libro, sparatemi un colpo in fronte.

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Filed under cultura, letteratura, svago

Momenti…

C’è un momento in cui il libro non è dell’autore, non è dell’editore né del tipografo e nemmeno del lettore: il libro è dell’editor.
È lui che lo cura, lo coccola, lo lima, ne è fiero (per quanto il libro possa essere brutto), è lui che immagina quando il libro sarà esposto sugli scaffali e comprato dai lettori.
È l’editor che vorrebbe la migliore accoglienza per il libro, che vorrebbe sistemarne ogni singola copia sugli scaffali di tutte le librerie, che vorrebbe guardare le rotative del tipografo che ne stampano le pagine.

E poi viene il momento in cui l’editor si chiede:

“Ma non finisce mai ‘sto cazzo di libro?”.

Momenti.

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